Dubbi esistenziali

Ultimamente la nostra realtà d’ufficio ci offre delle perle talmente di alto livello che le utilizziamo per risollevare le giornate buie e Osvaldo arriva a ridere a oltranza.

Giornata tranquilla, entrambi alla nostra scrivania. Bussano (stranamente) alla porta ed entra la donna con l’interrogativo che ognuno di noi si è fatto nella vita: “cosa faccio qui?”
In sintesi è entrata questa donna dicendo a Osvaldo che ha ricevuto una mail dalla nostra società, ma il telefono le si era rotto (n.b.: telefono unica fonte per vedere le mail) e quindi lei nel dubbio era venuta a trovarci, ma non aveva idea del perché fosse stata convocata (?).

Alla fine, sentendo che noi non avevamo inviato alcuna mail, si è anche un po’ scocciata e ha deciso di rilasciarci alla nostra solitudine.

Tutt’ora noi viviamo con questo atroce dubbio nelle nostre vite: perché? Perché? è stata qui? Perché le è stata mandata quella mail? E sopratutto, cosa diceva quella comunicazione?
Chissà se lo sapremo mai…

 

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Il ciclone

Ufficio. Silenzio tombale delle 16.30, meno trenta minuti alla chiusura al pubblico dell’amministrazione. È calata la notte e con essa è giunta la tranquillità pomeridiana.
Io e il mio collega, ognuno alla sua scrivania, facciamo scorrere i minuti occupandoci delle nostre attività. Muti. Attendendo l’orario di uscita e ignorando cosa sarebbe accaduto di lì a poco. O chi.

Lei. Un metro e cinquanta di biondo platino in abiti total black, tacco massiccio e trucco pesante come il passo. Entra scaraventando la porta che finisce per fare quasi un’apertura di 180 gradi.

“DOVEVO PORTARE UNA MARCA DA BOLLO!”

Buona sera, sono xxx. L’ultima volta che ci siamo sentiti mi aveva detto di portare una marca da bollo per il documento e gliel’ho portata. -omissis-

Tra lo sgomento, l’infarto mancato e il disorientamento il mio collega cerca il documento e la informa che avrebbe provveduto a fare una copia.

“EH MA CI VUOLE TANTO? NO PERCHÉ DEVO ANDARE A LAVORO”

Perché non ho i miei poteri in questi momenti?

Professionalissimi consigli di bellezza

Ciao amici che mi seguite sul webbe, oggi la rubrica “bellezza o forse” verterà su un tema fondamentale delle nostre vite, cioè la cura dei nostri capelli.
Per prendermi cura dei miei capelli io generalmente faccio un fantastico impacco di hennè.
Dunque, ogni quanto lo faccio? All’incirca lo faccio una volta l’anno perché così passa abbastanza tempo dalla volta precedente e posso dimenticare lo schifo che riesco a combinare in bagno e sulla testa, la stanchezza delle braccia ormai artritiche che per un tempo indescrivibile hanno spalmato questo fango sui capelli, la doccia intasata del suddetto fango e così sono fiduciosa della vita.
Detto questo vi dovete preparare all’effetto un po’ discarica perché il vostro bagno acquisità questa fragranza sprigionata dalla portentosa erba naturale. Inoltre io ho utilizzato un quantitativo di polverina magica indiana tale da poter fare quasi tutti i capelli, meno le ultime due ciocche che ho fatto alla “volemose bene“. Rispetto all’ultima volta però probabilmente sono riuscita a seguire una certa logica e a spalmare l’intruglio fino alle punte e non solo sulle radici in modo da non avere quel bell’effetto “sciatuscma-non-lo-volevo“. Così il risultato dovrebbe essere un molto più banale e monotono effetto “uniforme”.

Detto ciò ho spalmato su tutta la lunghezza del capello -o almeno c’ho provato- sta poltiglia degna delle peggiori sbobbe da esercito e poi ho impiastricciato tutto sulla testa e racchiuso col domopak così da fare invidia ai migliori surgelati italiani.
Se possibile si consiglia di dormirci su, almeno si riesce a sporcare anche la federa del cuscino. Una volta passato il tempo giusto, alias quando ci si è rotti di avere la testa umidiccia, si passa allo step finale: otturare le tubature strigliandosi la testa sotto un flusso infinito di acqua e sperando di togliere tutti i rimasugli.
Questa volta ho optato per una comoda pre-epurazione in vaschetta prima di intasare doccia bagno e tutti i tubi del quartiere.
Se ci sarò riuscita o meno lo scoprirò domani, o martedì, o magari sabato prossimo. Chi può dirlo! Per il momento mi porto dietro solo tanta buona fragranza di sottobosco nonostante il doppio shampoo.

Grazie di avermi seguito con attenzione, passione e professionalità.

Dal vostro centro biuty preferito è tutto.

PS: passare tutto il weekend in casa non fa proprio bene mi sa.

Sabato fa rima con danno

Vivo in questa casa da due mesi. Esattamente il tempo trascorso a ripetermi che in casa non c’è un coltello con una lama che possa tagliare qualcosa oltre al burro senza doverlo maciullare e senza doverci applicare una forza bruta.

Sabato, giornata di mercato e di spese. Decido e soprattutto mi ricordo finalmente di passare da un negozietto di “tutto per la casa” per poter acquistare finalmente dei coltelli. Ma anche uno andrebbe bene rispetto alla moria presente nella mia cucina.

Pacchetto da sei a tre euro scarsi. Ok lo prendo. “E se poi non tagliano? Beh mal che vada ci ho buttato tre euro. Certo che avremmo altra roba inutile in giro. Massì dai proviamoli che se tagliano almeno svoltiamo”. Questa la mia analisi accurata per l’aquisto di ben 6 coltelli. Vado al bancone. Pago. Mi chino per prendere la busta della spesa e, con la precisione di un tiratore con l’arco riesco a colpire col lato della mia fronte il povero spigolo in vetro. Povero. Lui. Lì per lì ho pensato di sanguinare e mi sono sincerata del contrario toccandomi più volte il bernoccolo già uscito. Ma niente. Tutto regolare.

Torno a casa, mi riposo un po’. Lavo i coltelli e nel pomeriggio mi metto a cucinare qualcosa. Finalmente sperimento l’acquisto.

“Certo che dovevo sperimentare la lama proprio sulla confezione del formaggio? Poi certo che non tagli…” zan. Solco sulla falange del medio. Litri di sangue.

“Ammazza! Altro che, funzionano propri…” zanzan. Solco bis sulla falange del pollice. Altra donazione all’avis.

Conclusione: il weekend è più dannoso del resto della settimana.

Lunedì

Lunedì.

Lunedì con cinque ore e mezzo di sonno.

Lunedì con vento pioggia e alberi abbattuti.

Lunedì con arrivo in ritardo a lavoro e relativa uscita posticipata per recuperare.

Lunedì con un’intera giornata lavorativa a sistemare dei piccoli numerini: modifiche da fare rigorosamente a mano e aprendo volta per volta una scheda lavoratore.

Solo loro possono risollevare la giornata:

i POIS!!!!

…ed è subito gioia.

Coincidenze, intrecci ed emozioni

Ieri ho finito un libro e come sia arrivata a questa fine mi lascia un po’ pensare.
Ho iniziato per caso a leggere questo libro sul Cammino di Santiago de Compostela poiché l’ho trovato gratuitamente in rete. Io il Cammino (o almeno parte di esso) l’ho fatto ormai  una valanga di tempo fa e appena finito mi ripromisi che lo avrei rifatto, completo, o per lo meno facendo più degli 80km percorsi. Non sapevo quando nè come ma era un mio desiderio. Ultimamente, parlo di un paio d’anni, è tornato a galla questo desiderio. Complice forse il fatto che alcuni conoscenti hanno fatto il cammino e una mia amica vorrebbe farlo. Con questa amica infatti a volte si affronta il discorso: partire, non partire. Partire e con che zaino. Partire ma dove alloggiare. Fatalità un giorno vedo che viene messo on line gratuitamente per un periodo questo libro sul Cammino. Lo prendo. Inizio a leggerlo. Scorre velocemente anche se non ci dedico tantissimo tempo. Inizio ad immedesimarmi a tratti nell’autrice. Ricordo la difficoltà nell’attraversare alcune strade, le bolle ai piedi, gli incontri con gli sconosciuti amichevoli. Vado avanti nella lettura. La strada percorsa è decisamente diversa come anche il tempo trascorso. Noi risalimmo dal Portogallo mentre questo è il Cammino francese.
Il primo colpo al cuore lo ricevo arrivando al capitolo di Pamplona. La mia casaRicordo perfettamente la conchiglia sul muro della chiesa vicino al Municipio. Ogni volta che ci passavo la guardavo e ripensando al Cammino mi ripromettevo che ci sarei ripassata, ma da pellegrina. Continuo a leggere fino ad arrivare alle ultime tappe.
Ieri.
Nel pomeriggio vado a casa di una mia amica di cui è stato il compleanno, la stessa con cui pianifichiamo-fantastichiamo sul cammino. Le ho preso una cornice con una specifica: dovrà metterci la foto di fine cammino. Mi avvio verso la metro, il tragitto non sarà breve e non vedo l’ora di entrare per poter riprendere in mano il mio libro ormai agli sgoccioli. Cuffie, mp3 e kindle. Riprendo la lettura. Piano piano mi estraneo completamente. Ad un certo punto mi sento disorientata.

L’ambiente esterno: un treno della nuova metro di Roma senza conducente, con alla mia destra l’ampia vetrata della coda. Piena visuale di binari e rotaie e tutte le curve del tunnel.

L’ambiente interno: nelle orecchie la musica nell’ordine scelto dal lettore. Ho la sensazione di non trovarmi in Italia, di essere nella metropolitana di New York ma non so il perché. In mano il kindle: leggo avidamente un racconto che mi porta in Spagna, che mi fa riaffiorare sentimenti legati a quella terra che mi è entrata nel cuore e nell’anima, un affetto recondito.

Continuo a leggere e a scandire le parole scritte con la musica nelle orecchie. Siamo agli sgoccioli, i protagonisti sono quasi arrivati a destinazione. Se la canzone proposta non è abbastanza ritmata passo oltre. Mi serve che scandisca perfettamente questi ultimi momenti. Arrivo alla mia fermata ma non ho ancora terminato il capitolo. Non voglio lasciarlo e così continuo a leggere mentre cammino verso casa della mia amica.
Kindle in una mano e telefono con google maps nell’altra. Termino il capitolo. Sono arrivati nella piazza della cattedrale di Santiago e mi sembra di provare la loro gioia. L’euforia e l’adrenalina. Le ultime pagine mi hanno causato un groppo in gola.
Il racconto finisce ed inizia l’epilogo. Ultimo capitolo. Lo inizio ma poco dopo sono davanti il cancello di casa della mia amica. Entro con ancora il kindle in mano. Ci salutiamo e mi accoglie con: “entra entra. C’è anche Alessia. Sai che pure lei vuole fare il Cammino?”

Segni…?

Il fungo dei Puffi

Casa nuova. Mancano gli ultimi aggiustamenti da completare in questa micro camera appartenente ad un’altrettanto micro casa. Ma non importa: ormai viviamo nel fungo dei Puffi e va bene così. Unica pecca insormontabile: il letto sfondato.

Ok. Cambio la rete. ERRORE! per cambiarla dovrei trovarne una con dei buchi nel telaio dato che non è appoggiata sul letto bensì avvitata. Ok. Problem solving on. Missione Ikea e mi carico per 2 ore sui mezzi pubblici delle doghe da appoggiare. “Ma poi si muovono!”. Ok, allora Pit stop dal ferramenta a prendere le fascette in modo da fissare le doghe al telaio. Ci sarà riuscita la nostra eroina? Chi può dirlo. Sempre lei ma dopo la nottata di test.

Per ora stiamo così, poi domani vediamo come ci svegliamo, se con la gioia del lunedì o col numero dell’osteopata direttamente tra le chiamate rapide.

Cambio!

Ultimo giorno in questa casa. Dopo 2 anni e mezzo e uno sfratto di mezzo, è giunta l’ora di lasciarla.Questo trasloco mi è pesato in modo particolare: non avevo voglia di cambiare, di cercare, di inscatolare e trasportare. Poi qui avevo trovato la mia dimensione e mi ero ripromessa che se avessi cambiato sarebbe stato per un ottimo cambio di vita (alias viver
da sola come mi pare a me).
E invece no. Ma si sa che i programmi non sempre coincidono con la realtà.
Sono le 6.00 del mattino e sono già sveglia. Il silenzio intorn…ma, cos’è questo brusio di sottofondo? Ah, la signora di giù è già all’opera e con la tv a palla. Ok, bene.
Dicevo, mi mancherà questo posto, i ragazzi del piano di sopra, così cortesi e appassionati, e passionali, e magari insultatevi un po’ meno però!

E il vicino della casa di non-si-sa-bene-dove che lancia le bestemmie che echeggiano nell’atrio/anfiteatro.

E il vicino del pian terreno che canta a squarciagola i peggiori insuccessi di ogni tempo.

La calma delle 6.55, la tranquillità di casa. Il silenzio intorn…

”AHHHHHHHHHHHH BAAAASTAAAAA NOOOOO AHHHHHH”.

“LA DEVI FINIRE!!!! MI HAI ROTTO I ç°#***NI! STAI ZITTO!!!!!”

“NOOOOOOOOO AHHHHHHHHHHHH AHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHH!!!”

Quando si delinea la possessione demoniaca secondo voi? Per me, ci sono già tutti gli estremi

Jacopo, era tanto che non ti facevi sentire: che sono ricominciate le scuole per caso?

Ok, forse direi che è giunto il momento di prendere le ultime cose e andare via: in fondo me la state rendendo molto più facile del preventivato.

Traslochi e magie

Eccolo. È tornato. Sgradito e rifiutato ma non curante lui è qui. L’ennesimo trasloco della mia vita. A conteggiarli tutti siamo a quota 9 in 14 anni. Poteva andare peggio. Ma la cosa tragica di questo cambiamento è che tra tutti è stato l’unico non voluto ma forzato. Sfratto. Si vende casa.

Ma grazie eh! Ora che stavamo lì lì per rilassarci e cercare un vago senso di equil. …NO! Caaambioooo!

E così prima delle ferie c’è stata la fase (1) di ricerca spasmodica e ora è arrivata quella (2) del disperato impacchettamento a cui seguirà -a brevissimo- quella (3) dello sfinito trasporto per concludersi (4) con lo svilente riordino.

Nonostante quindi il pessimo tempismo (16 luglio: “ragazzi, il 15 settembre dovete lasciare casa. Ah e buone ferie), l’avvilente situazione degli appartamenti a Roma (noi, due nomadi proprietari solo di vestiti e tanta monnezza ma zero mobili) e l’assoluta mancanza di voglia di cambiare, mi sono buttata a capofitto nella fase due, l’impacchettamento.

Prendo roba, la butto in qualcosa (scatola, valigia, zaino, busta, laqualunque) e svuoto piccole aree della camera. Nella noia più totale.

Fin quando non mi si presenta la possibilità di svagare e riprendere un po’ di brio della stupidite.

Hockety pockety wockety wack,

Tutto quel che servirà.

Hai quasi finito di imballar,

Non ti farò aspettar.

Higitus figitus figitus sbum!

Prestidigitorium.

Higitus figitus figitus sbum!

Prestidigitorium!

E subito Merlino è accorso in mio aiuto…

Mareluna

“Nelle città senza mare, chissà a chi si rivolge la gente per ritrovare il proprio equilibrio…”

(Banana Yoshimoto)

Una domanda che mi sono sempre fatta.
Io, nata e cresciuta col mare accanto e dentro. Io che, in ogni posto nuovo, cerco una pozza d’acqua in cui immergere i miei pensieri. Io che senza il mare non avrei mai pensato di poter stare. Io che, nella vita ho scelto di allontanarmi dal mio mare per arrivare in una città senza sfoghi per la mente.

Una giornata in preda al malumore, allo sconforto e al disorientamento. Chiusa in casa senza voler far nulla. Attendo la sera e al calar del buio cerco di reagire. Decido di farlo. E decido di farlo uscendo per una passeggiata. Il giro dell’isolato. Niente di che: lo stretto indispensabile per prendere due boccate d’aria e rientrare subito.
Cuffie in testa, broncio e musica random, ignara di quello che avrei trovato svoltando l’angolo del palazzo.

Lei era lì, grande, tonda, luminosissima. Sembrava mi stesse aspettando per dirmi che in fondo non era poi così malaccio quel giorno.
E in un attimo tutto è passato in secondo piano. La fissavo e mi isolavo.
La mente si svuotava e mi son ritrovata a sorridere col naso all’in su. Pensando a qualcuno con cui avrei voluto condividere quella visione. Ma non avendo nessuno accanto ho cercato di assaporarla quanto più possibile. Di assorbirla completamente e farla mia.

In un strada enorme ancora non troppo trafficata, un paio di coppie abbracciate e qualche famiglia che gode della bella serata: non c’è afa ma non fa freddo. Temperatura perfetta. Perfetta come lei che tutti osserva dall’alto. E allora ho capito il senso della frase:

“Nelle città senza mare, chissà a chi si rivolge la gente per ritrovare il proprio equilibrio, forse alla Luna.”